Status: il no-profit come non l’avete mai visto. Intervista a Renato Giugliano, Davide Labanti e Margherita Ferri

Status è la web serie che ha vinto il contest Are You Series? lanciato dal Milano Film Fest e in collaborazione con Banca Prossima. L’obiettivo del contest era quella di premiare una web serie di diceci puntate, ciascuna di dieci minuti, che avesse come protagonista della narrazione il no profit, con un finanziamento di 60.000 euro. Una cifra enorme, molto probabilmente la più alta in Italia per finanziare la realizzazione di una web serie. Status parte da un’idea molto forte: raccontare il mondo del no profit attraverso gli occhi di un outsider, uno spacciatore, che di fronte all’ennesimo casino in cui si è infilato decide di abbandonare Bologna e andare a ritrovare la sua ragazza partita in Albania proprio per un progetto di cooperazione internazionale.

La web serie è stata scritta da tre registi, ognuno con un proprio bagaglio di esperienze differenti nell’audiovisivo e per questo in grado di livellare bene assieme le diverse attitudini alla regia, ma soprattutto uniti dalla voglia di raccontare il no profit aggirando quegli stereotipi di buonismo alla boyscout con cui spesso vengono identificati i cooperanti. Le riprese sono state effettuate tra l’Italia e l’Albania, affidandosi alle esperienze di veri cooperanti che da anni lavorano nei balcani. Quello che colpisce di Status è la sua forte attinenza a un modello cinematografico: la serie è stata prodotta come fosse un film di circa cento minuti, con sei attori principali e numerose comparse,

quindi niente riprese fatte con lo smartphone, niente camera fissa o sketch alla “Camera Caffè”, per intenderci, ma il duro lavoro e la bella cooperazione tra registi diversi alle prese con un territorio difficile, ma popolato da gente ospitale come l’Albania.

Satus si può vedere su MyMovies, sul sito del Milano FilmFest, su Facebook e YouTube.

I primi due episodi di Status sono stati presentati al Roma Web Fest, e in quell’occasione ci siamo fatti raccontare la serie e il suo modus operandi dai tre registi, Davide Labanti, Renato Gigliano e Margherita Ferri.

 Come nasce Status?

Davide Labanti: Status nasce come una web serie tradizionale, 10 puntate, 10 minuti, sul tema del no Profit, ed è stata girata tra l’Italia e l’Albania. Nasce con una linea orizzontale molto forte, non ci interessavano linee verticali o chiudere le puntate come fossero degli sketch, per cui la linea orizzontale è molto marcata, portata alle estreme conseguenze con una linea narrativa aperta, l’ultima puntata chiude, ma è fatta in modo tale da poter continuare in una seconda stagione, ripartendo dall’esatto punto in cui si è chiusa l’ultima puntata, perciò Status è stata scritta per una seconda stagione.

Renato Giugliano: Certo, anche perché noi abbiamo ragionato con un’ottica cinematografica di serialità, e quindi dobbiamo andare avanti, anche perché le storie dei personaggi non finiscono. Una serie che si rispetti ha dei plot che devono chiudersi, d’altra parte ci siamo tenuti diversi jolly da poter usare verso la fine della prima stagione proprio per aprire nuove storie e percorsi.

Margerita Ferri: Infatti, senza fare “spoiling” la decima puntata finisce con un “cliffhanger”, una nuova apertura.

Renato Giugliano: io avevo lavorato diversi anni con CEFA Onlus, e sapendo del contest del Milano Film Fest ci hanno proposto di partecipare. Volevamo proporre un’esperienza di cooperazione, che poi è quella che fa CEFA, in maniera cooperativa, chiamando tre registi. Noi già ci conoscevamo, e abbiamo presentato questo progetto, prendendo la cooperazione molto alla larga, evitando la similitudine dell’immagine del cooperante con quella del boy scout, e ci siamo focalizzati su un’idea molto forte, cioè di utilizzare la figura di uno spacciatore e attraverso lui fare vedere quello che c’è dietro al lavoro della cooperazione. Però siamo rimasti attaccati al cinema. Abbiamo scritto una storia che con dei contenuti, una narrazione, personaggi che hanno le loro vite con i loro chiaroscuri. Non sono tutti buoni perché si parla di cooperazione, la gente ha le sue sfaccettature. Il nostro protagonista ha anche lui una storia molto forte alle spalle: era un agronomo, ma le delusioni della vita lo hanno portato allo spaccio. Le due persone che ci avevano contatto per presentare la serie al contest quando hanno letto il soggetto erano convinti che il nostro progetto non avrebbe vinto, gli sembrava troppo debole. E questa loro reazione ci ha divertiti e ci ha fatto credere ancora di più nel progetto, però, a un certo punto ci siamo trovati ad avere un’idea forte in cui credevamo tanto ma ad aver perso i due produttori.

Davide Labanti: Banca prossima nella figura di Marco Morganti ha fatto un’operazione molto intelligente e lungimirante, ci ha scelti perché voleva allontanare dal mondo del no profit quell’aurea di buonismo che sembra contraddistinguerlo, infatti noi  abbiamo scritto una storia dove il protagonista è uno spacciatore di droga, che diventa un cooperante modello per seguire la sua ragazza, all’oscuro di quello che lui fa, che dopo la laurea decide di andare in Albania per seguire un progetto di cooperazione, anche perché non ne può più di lui, di non sapere mai dov’è, ecc. utilizzando il punto di vista di un outsider siamo riusciti a raccontare il mondo del no profit in maniera non banale, prevedibile, retorica e scontata, ma l’abbiamo voluto tenere uno sfondo. Se ad esempio ragionassimo in chiave di “branded content”, non è detto che se io faccio il classico “packshot” su un prodotto questo funzioni maggiormente rispetto al prodotto tenuto a margine o fuori campo. Secondo me, l’operazione intelligente di Banca Prossima è stata proprio quella di dire “il mio prodotto è il no profit? non per forza ne devo parlare bene, non per forza lo si deve vedere in continuazione, ma lo si deve sentire attorno alle vite di personaggi che fanno cose che facciamo tutti”. Ringraziamo CEFA onlus di Bologna, una ong vera ed esistente, che ci ha appoggiati nella produzione, tramite la quale abbiamo trovato i contatti in Albania. Abbiamo scritto una sceneggiatura dove gli elementi di cooperazione che compaiono ci sono stati suggeriti in fase di scrittura da chi veramente li aveva vissuti, e alcune cose, anche se possono sembrare un po’ assurde, sono veramente successe. Chi è stato in missione in Albania nel corso degli anni ci ha raccontato questi episodi, perciò il nostro personaggio fa una cosa che è successa realmente a una ragazza quando era in Albania quindici anni fa. Poi è stato interessante andare a fare le riprese in Albania, perché è stata anche quella un’esperienza di cooperazione: abbiamo dovuto cooperare con il personale albanese che non era molto pratico di cinema, per cui è stato uno scambio anche quello molto interessante.

 

Come è stato girare in Albania?

 

Renato Gugliano: Complesso e  divertente per tanti aspetti, ma c’erano diverse difficoltà logistiche, organizzative, istituzionali, di sovrastrutture, strade, ecc.

Margherita Ferri: Ci siamo adattati alle loro abitudini e al loro modo di relazionarsi, ai rituali sociali, ecc. Ad esempio, Renato conosceva già qualcuno dell’ong, e quando non lui c’era e andavamo io e Davide a parlare con qualcuno che subito ci chiedeva “Dov’è Renato?”; perché per loro la comunicazione poteva avvenire solo con il primo referente, oppure gli incontri istituzionali con l’associazione non avvenivano mai in ufficio ma al bar durante le partite  dei mondiali. Noi avevamo due organizzatrici che gestivano la logistica e i soldi, in pratica loro avevano tutto in mano, mentre il referente albanese era un ragazzo che chiaramente faceva fatica a interfacciarsi con due ragazze, perchè a quanto diceva non poteva prendere “ordini” da una donna. Poi alla fine tutto si è risolto, ma ovviamente ci siamo relazionati ad un’altra cultura. Ci sono dei non attori che avevano ruoli minori, abbiamo coinvolti i beneficiari dell’associazione, che magari hanno fatto da comparse all’occorrenza. Ma avevamo anche attori famosi albanesi e quindi quuando arrivavamo per le riprese ci vedevano anche come delle star che portavano gli attori famosi. Abbiamo coinvolto la cittadinanza, anche nelle piccole cose, e ciò ha dato vita a un’atmosfera di amicizia e collaborazione, pensa che vivevamo in diciotto tutti nella stessa casa con soli due bagni!

 

Avete proiettato Status in Albania?

Renato Giugliano: Ancora no, ma dopo l’uscita della decima puntata vorremmo organizzare delle proiezioni non stop nei vari cinema, si spera prima di Natale a Bologna. Pensiamo a una notte di Status al Kinodrome che è la nostra sala. E poi sì, vorremmo proiettarla nella cittadina albanese dove abbiamo girato.

Farete altre web serie?

Margherita Ferri: Sì.

Davide Labanti: Sì al momento ho diversi progetti sia con Filippo Pagotto, (attore in Status) che con Tommaso Gavioli.

Renato Gugliano: Sì, le serie web rappresentano un bel momento, io ne sono fruiotore, ne guardo tantissime, L’esperienza di Status ci ha dimostrato che si possono fare buoni prodotti per web e farli non significa svalutare la porpria professionalità, anzi, è un’opportunità per fare quello che vuoi e come  vuoi.  Noi volevamo fare una serie che piacesse prima di tutto a noi, e credo che questo si rifletta in Status.

 

Per vedere il primo episodio di Status, cliccate sul seguente LINK.

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