Officine Sintetiche:Interactive Media Art e Creatività Digitale. Intervista a Mark Coniglio

Lunedì 1 dicembre si è tenuta la prima giornata del ciclo di incontri organizzati da Officine Sintetiche, piattaforma nata nel 2006 che sviluppa e promuove forme artistiche stimolate da forme innovative di creatività digitale (in particolare nel campo dell’interattività), e inoltre propone una serie di scambi tra nuove professionalità (dal teatro alla musica, dai performer ai programmatori informatici), infatti al suo interno collaborano professionisti, artisti, docenti, ricercatori e studenti. Officine Sintetiche coniuga ricerca, formazione, produzione, eventi dal vivo all’interno di un quadro transettoriale internazionale che coinvolge imprese, università, istituti di formazione, enti e istituzioni pubbliche e private.

Officine SinteticheInteractive Media Art e Creatività Digitale – presenta nel 2015 un ciclo di conferenze, workshop e dimostrazioni di grande prestigio realizzate grazie al contributo della Fondazione CRT, al sostegno del Dipartimento Studi Umanistici, del Dams e del CIRMA di Torino (Università degli Studi di Torino) e alla collaborazione con il corso di Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione (Politecnico di Torino) e con il Conservatorio di Torino.

Materiali per il workshop di Simone Pappalardo: Finder. Appoggio logistico: Superbudda

Questo ciclo di incontri si snoda intorno al workshop con Mark Coniglio, artista che ha ideato la creazione di un nuovo software chiamato Isadora. Già dal 1989 Mark si è occupato della programmazione dei computer in relazione alla musica. Per spiegare come approcciarsi ad un software, lo stesso Mark, ha usato il gioco cinese Nim per individuare delle regole base che posso essere traslate ai software: fondamentali sono l’auto-organizzazione, il feedback che guida l’utente nell’evoluzione del sistema e l’agency che attraverso il comportamento dei giocatori li guida all’organizzazione del sistema.

Nel 1994 Mark, insieme alla sua collaboratrice Dawn Stoppiello, ha ideato il primo software per danzare, ovvero un software coordinato con sensori che una volta indossati indicavano il movimento delle braccia e delle gambe e lo associavano a un suono: non è più la ballerina a seguire la musica, ma lei stessa a crearla. Qualche anno dopo, nasce un nuovo progetto Glow: qui il pavimento è lo schermo e la ballerina danzando crea suoni e giochi di luci. Mark insiste molto sull’aver cambiato per sempre il concetto di danza, infatti, senza il corpo della ballerina non ci sarebbe luce ma solo buio e quindi nessuna performance.

Mark cita inoltre Wagner per il suo concetto di Gesamtkunstwerk, ovvero la capacità di mixare insieme diversi elementi in cui si fondono opera e dramma, in un’idea più generale di fondere le arti e subordinarle a un unico proposito. Segue la logica di Brecht che aveva già sostenuto quel concetto di fusione e metteva in guardia dalla possibilità di provocare ipnosi nel pubblico, effetto che portava a non ottenere la sua partecipazione alla performance.

Nel 2009 nasce un altro progetto basato sull’utilizzo del loop attraverso il software Isadora: in questo caso vengono adottati due parametri quali la prossimità e la velocità in quanto il gruppo di ballerini si muove come uno stormo di uccelli: saranno così sia il nostro outpt che il nostro input. È la tecnologia a seguire la performance. Mark conclude questo primo incontro sostenendo che «la tecnologia deve lavorare per noi, ma non distruggerci né cambiarci».

A seguire una piccola intervista a Mark Coniglio.

1. Quale è stato il percorso formativo che ti ha permesso di arrivare all’idea del software?

Ho iniziato fin da giovane ad occuparmi della programmazione dei computer e ben presto ho trovato un lavoro. A sedici anni venivo già pagato per scrivere programmi per computer e nel frattempo studiavo musica. Ho lavorato quattro anni per una compagnia che produceva dischi, ma io volevo veramente imparare a scrivere musica, così ho iniziato a studiare all’ Art Institute of California a Los Angeles e lì sono diventato lo studente di un importante compositore americano di musica elettronica, ovvero Mordasan Sabadin. Lui fu lui il primo a dirmi di prendere il mio forte interesse nei computer e l’amore per la musica e unirli in una cosa sola, infatti mentre studiavo cominciavo a inventare hardware e device sui movimenti dei ballerini e fare musica su questi.

 

2. Da dove viene il nome Isadora?

Tempo dopo ho collaborato insieme a Mordasan Sabadin alla creazione di un software di cui nessuno si ricorderà, che si chiama Interactor. Io ho prodotto sensori e provide che attraverso un output poteva creare musica, e l’ho usato per la maggior parte dei miei lavori. Dopo questa collaborazione però volevo un software che potesse fare video e potesse interfacciarsi con altri software, così ho cominciato a lavorare e ho preso idee da altri software interattivi e ho creato Isadora. Il nome viene da Isadora Duncan, la ballerina moderna, perché mentre creavo il software solo per me (non ho mai pensato di venderlo o qualcosa del genere) nel frattempo sempre più persone mi scrivevano e mi chiedevano di averlo, così io lo inviavo e cominciavo a pensare di poterlo vendere e ricavarne qualche somma di denaro. Sono stato molto fortunato ad aver incontrato e lavorato con Mordasan Sabadin e aver potuto creare roba interattiva. Non sono stato solo uno studente, infatti sono stato suo assistente per sette anni e ho lavorato a stretto contatto con lui. È una persona molto importante per me, e se non fosse stato per lui adesso non sarei seduto qui con te.

 

3. Su cosa stai lavorando adesso?

Se intendi un progetto artistico sì, ho creato una compagnia con Dawn Stoppiello, una coreografa con la quale collaboro e lavoro, e con la quale da tre mesi abbiamo ideato un nuovo progetto negli Stati Uniti chiamato Sworm. Questo pezzo è basato sul lavoro di sei ballerini che stanno sul palco insieme al pubblico. Il progetto mira alla totale immersione del pubblico; l’idea deriva da voi giovani, da come i ragazzi di oggi tramite i social network siano produttori di contenuti, situazione completamente diversa da quando io ero giovane e solo televisione e radio potevano trasmettere informazioni. Adesso tutti sono emittenti di informazioni, sia su se stessi sia su altri temi e nessuno può controllarne i contenuti; è proprio da questo che viene l’idea del pubblico sul palco così che questi partecipino alla creazione dello spettacolo stesso. All’inizio dello spettacolo chiediamo i numeri di telefono del pubblico e mandiamo loro sms che li invitano a partecipare alla performance dando due linee guida: possono seguire i ballerini e copiarne i movimenti oppure scattare foto e selfie con i performer. Quindi diamo delle alternative e poi saranno loro a scegliere come partecipare, l’importante è che partecipino alla dinamica del palco. La prima versione di questo spettacolo non era per ballerini professionisti, ma per studenti universitari e persone comuni che proprio perché non erano performer, potevano lasciarsi andare e mettere in mostra le loro capacità.

 

4. Cosa pensi della relazione tra tecnologia e arte?

In vent’anni non ho mai visto cambiare il modo in cui le persone creavano coreografie ed era proprio questo quello che io volevo fare, cambiare il modo in cui le parole venivano dette, volevo trovare un nuovo modo di ballare e l’uso dei media mi spingeva sempre più in questa direzione. Cinque anni fa abbiamo ideato uno spettacolo chiamato Loopdiver che ha finalmente cambiato le cose: abbiamo creato dei movimenti nuovi mai visti prima grazie all’aiuto del computer. La tecnologia che avevamo usato era molto potente e ci aiutò a creare movimenti con le mani che corrispondessero a delle immagini, come se ci fosse uno specchio virtuale del corpo che ne trasmettesse una immagine riflessa. Questo io lo chiamo intervento digitale e la differenza risiede nelle cose che io voglio trarre e che provengono dal mondo virtuale e quelle che realmente appartengono ai mondi digitali, quindi dobbiamo indossarle sul nostro corpo e cambiarlo grazie a loro. Quello che credo veramente è che vi siano più opportunità per le nuove idee oggi rispetto al passato, e sono relativamente speranzoso che le cose cambino sul serio.

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