Technologies of Care. Storie di lavoro al femminile sulle piattaforme del lavoro globale.

Technologies of Care è visibile su Rhizome.org all’interno della sezione Download curata da Paul Soulellis e in mostra fino all’ 8 Gennaio 2017 alla XVI Quadriennale di Roma all’interno della sezione Cyphoria curata da Domenico Quaranta.

Il lavoro digitale e le sue implicazioni in termini emotivi, di cura e di delineamento di spazi per le relazioni sono al centro della nuova opera di Elisa Giardina Papa, che presenta in due versioni – una per la rete su Rhizome.org e l’altra in forma installativa alla XVI Quadriennale di Roma – la sua lunga ricerca svolta tra piattaforme di gig economy, skype, chat e altri strumenti di comunicazione online. L’artista ha trascorso mesi su Fiverr e Upwork, per citarne alcuni, ad indagare tra i servizi online personalizzati e in outsourcing dell’ultima frontiera del mercato del lavoro globale, stabilendo un dialogo tra lavoratrici dagli USA alle Filippine, dal Brasile alla Grecia. Il lavoro femminile e le questioni di genere sono il fil rouge che lega tutte le interviste, la trama delle loro conversazioni è di tipo documentaristico, le domande si susseguono in uno scambio crescente che arriva a toccare anche momenti di intimità.

 

 «Sono una donna di 51 anni, single e madre di tre figli. Sono professoressa di Biologia all’Università. […] Ho cominciato a lavorare online perché nel mio Paese è in corso una grande inflazione. Il lavoro da freelance online sta diventando sempre più diffuso perché offre la possibilità di guadagnare in dollari» dice una donna venezuelana che lavora in tandem con la figlia su due piattaforme diverse. Insieme gestiscono la mole di richieste, prevalentemente ricerche in ambito accademico in lingua inglese, più alcuni tutorial per la realizzazione di decorazioni sulle unghie. Il segreto per lavorare di più è fingersi uomo, per questo hanno adottato un’estetica “maschile” nel modo di presentarsi online e di comunicare con i clienti. Sei in tutto le donne rappresentate nella conversazione browser-based nella versione da 26MB zip online su Rhizome.

L’utente può scaricare i file contenuti in diverse cartelle e fruire l’opera attraverso un file HTML contrassegnato con “play_it” che funziona come un autorun. «Offro un servizio da amica, confidente o do consigli alle persone. Mi piace poter offrire uno sfogo alle frustrazioni della gente. Mi piace questo lavoro perché soffro di disturbi d’ansia e di fobie a stare in mezzo alla gente» (Lavoratrice 2 -live chat worker); «I miei clienti cercano una fan normale, una “ragazza qualsiasi” che possa commentare, condividere o mettere like alle foto delle loro pagine. É l’era del social media. I commenti e i like sono importanti per le persone, anche se senza motivo o forse perché sono a caccia di popolarità 🙂» (Lavoratrice 3- social media fan); «Nel customer service se lavori con i clienti americani devi essere formato per sembrare americano. E’ fondamentale che i clienti ti credano e che tu li convinca che lo sei davvero. Gli americani non si sentono a loro agio quando sanno che i loro account sono gestiti da persone di altri Paesi. Se percepiscono un accento straniero spesso chiedono di essere seguiti da un agente americano. Per questo motivo non siamo autorizzati a parlare la nostra lingua madre sul posto di lavoro.» (Lavoratrice 4-operatrice di customer service).

Ma ci sono anche una scrittrice di favole personalizzate per bambini problematici, che all’occorrenza si filma mentre si sbatte delle torte in faccia, un’artista di ASMR (Risposta Autonoma del Meridiano Sensoriale) che produce podcast sussurrati a un microfono per chi soffre di disturbi del sonno, c’è chi offre consigli su come gestire il proprio profilo sui siti di appuntamenti online o come ridimensionare le aspettative di un possibile incontro. Le donne non sono mai ritratte o filmate, frammenti del loro quotidiano sono stati resi ancora più impersonali da forme 3D che fluttuano come screensaver davanti agli occhi del pubblico; una voce uguale per tutte impersona sia l’artista che pone le domande quanto le intervistate. E’ possibile riconoscere ogni tanto degli oggetti che richiamano l’ambiente domestico in cui generalmente si svolge il lavoro invisibile e silenzioso di queste donne. «Chi sono i tuoi clienti?», «Quanto guadagni?» sono le domande ricorrenti al termine di ogni conversazione. Non c’è un tentativo di trarre facili conclusioni sociologiche ma è un dato che la maggior parte dei clienti di queste donne siano uomini, che la fascia di età sia compresa tra i 20 e i 60 anni e che la maggior parte delle richieste arrivi da USA, Gran Bretagna o più in generale dai Paesi occidentali.

La paga per gig (servizio o prestazione) è in genere di pochi dollari, parte da una base minima di 5 dollari ma può variare con la richiesta di servizi più personalizzati, una parte dei compensi va in percentuale alla piattaforma per la struttura che mette a disposizione. «Faccio questo lavoro insieme ad un altro. E’ un modo per guadagnare 50-100 dollari a settimana, incluse le commissioni della piattaforma on line che trattiene circa il 40%.» (Lavoratrice 7, coach di appuntamenti online). Dopo aver visto Technologies of Care forse possiamo provare a vedere sotto una luce diversa il concetto di autoimprenditorialità generalmente associato alle piattaforme globali che enfatizzano il ruolo del cittadino produttore, flessibile, che lavora da casa e che in parte cerca di organizzare una risposta personale al precariato diffuso. Le tecnologie e i media sociali sembrano apparentemente offrire una soluzione a breve termine alla mancanza di occupazione, cercano di colmare quelle lacune lasciate dal lavoro tradizionale, forniscono strumenti ai lavoratori- e in larga parte alle lavoratrici, come vediamo bene in questo lavoro- che inventano forme per superare la crisi.

 

Non è un caso che le donne intervistate provengano tutte da Paesi in cui la crisi economica ha colpito violentemente la società, due esempi su tutti: il Venezuela e la Grecia. Nella disgregazione dello stato sociale si sono inserite delle realtà terze, impersonali, dai confini globali e dalle regole ferree e non negoziabili. La questione va vista con la lente della complessità. Qualcuno parla anche di nuovo schiavismo, prova ad interrogarsi su temi come il rispetto e le condizioni del lavoratore all’interno di questi nuovi “ambienti” lavorativi, su quanto attivo sia il nostro ruolo in questi ecosistemi ( io mi candido ad offrire servizi e allo stesso tempo me ne servo per soddisfare alcuni bisogni e valuto la prestazione di altri, determinandone a volte anche visibilità e successo), su come la tecnologia si frappone tra pari, tra le loro relazioni e come il carico emotivo di alcuni bisogni venga regolato in maniera solo apparentemente libera e orizzontale di nuove forme di auto-imprenditorialità.

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